Lo stress e l’urgenza di ridurre lo stress

Mindfulness, strumento per ridurre lo stress

Lo stress cronico è causa di modificazioni neuronali che rinforzano i circuiti dello stress. La pratica della mindfulness è  uno strumento psicoeducativo essenziale per la riduzione dello stress. Attraverso i protocolli mindfulness-based si impara a non alimentarlo. Un percorso di otto settimane insegna pratiche meditative per riuscire a relazionarsi alla realtà in modo differente. Il risultato, se la pratica è costante, è di abbassare i livelli di allarme e di ansia, con benefici per il sistema immunitario e cardiocircolatorio.

Tutto questo funziona, a patto che non approcciamo la pratica della mindfulness come uno stressor. Può succedere che le persone inizino un percorso per la riduzione dello stress al culmine di un periodo faticoso. Schiacciate dalla fatica e da un senso di non farcela più ad affrontare tutto (casa, lavoro, figli, partner).

La mindfulness si propone come uno strumento per uscire dal circolo vizioso dello stress. Salvo essere inserita in una lista di cose-da-fare. In una giornata piena di impegni, può essere concretamente difficile trovare uno spazio per sedersi a meditare per 20-30 minuti. Le cose da fare sono tante, con tragitti di ore  nel traffico cittadino. Attività proprie e degli altri membri della famiglia. Lavori da consegnare.

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Meditare può sembrare una perdita di tempo. C’è un’urgenza di stare meglio, ma non si è disposti a cambiare nulla dell’organizzazione della propria giornata.  Pensare di ottenere rapidamente risultati per ridurre lo stress significa aumentare lo stress!  Se ci avviciniamo alla pratica pensando “devo praticare”, presto svilupperemo avversione e non inizieremo mai veramente a meditare.  Per praticare la consapevolezza,  è necessario  sostenere la  nostra motivazione con senso di responsabilità. Scegliamo di coltivare la consapevolezza e il nostro benessere, mettendo un “voglio praticare” al posto di “devo praticare”.

Ciò che funziona è fermarsi, rallentare, e fidarsi della pratica. Darsi il permesso di non dover essere sempre efficienti e produttivi.

Il being mode

Meditare significa semplicemente essere. Non c’è niente da fare. Nessun risultato da ottenere. Solo sedersi ed osservare la mente secondo il being mode di cui parla Kabat-Zinn. Nella modalità dell’essere (being mode) non c’è nessuna attività produttiva. L’unica cosa da fare è essere pienamente presente nel qui ed ora. Le pause che ci ritagliamo per meditare ci educano a lasciar andare le cose da fare, a lasciar andare i problemi e le preoccupazioni.  E anche lasciar andare la fretta, le aspettative persino sugli effetti della pratica!

Questo significa essere disposti a rivedere le proprie priorità. Ci sono cose importanti nelle nostre vite da cui non possiamo prescindere. Ma possiamo decidere quanto tempo dedicargli. E il nostro benessere, che posto ha? E’ importante prendercene cura? Quanto tempo vogliamo dedicare alla cura di noi stessi?

Scrive Corrado Pensa  a proposito della pratica meditativa:

Di solito l’abitudine alla reattività porta a chiedersi quando si cesserà di soffrire. In quel caso abbiamo già rinunciato alla comprensione, perchè dopo aver detto che c’è sofferenza ci chiudiamo subito in un atteggiamento di avversione.

Comprensione vuol dire invece portare la consapevolezza non giudicante sulla sofferenza, al fine di comprendere in maniera viva e immediata le sue cause. E per raggiungere tale scopo abbiamo bisogno di addestramento, e la meditazione è la via principale.

(da Il silenzio tra due onde )

L’unica urgenza che ha senso, nell’approcciare la mindfulness, è quella intesa come importanza del prendersi cura di sè.

Being vs. Doing

Autore: Silvia Zuccaro

Psicologa psicoterapeuta, pratico yoga e meditazione da diversi anni. Sono istruttrice di protocolli mindfulness MBSR(mindfulness based stress reduction) e MBCT(mindfulness based cognitive therapy) e insegnante di Hatha Yoga e Mindfulness Yoga. Vivo e lavoro a Roma.

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