Vivere, con filtro o senza?

Dal momento in cui la nostra vita ha inizio, comincia anche una relazione con l’ambiente che ci circonda. I nostri sensi e la propriocezione veicolano messaggi e stimoli continui provenienti dall’ambiente. A parità di stimoli, ciascuno percepisce in maniera differente.

Il nostro corpo, la nostra mente, le informazioni di cui siamo in possesso, variabili culturali, familiari, cognitive, affettive rendono differenti le nostre risposte all’ambiente.

uomo ambiente

Ognuno fa una propria personalissima esperienza, ogni esistenza un viaggio unico, dentro il proprio corpo e con la propria mente, coscienza, conoscenza. Ma qualcuno rinuncia a fare esperienza di sé, nelle situazioni spiacevoli ed anche in quelle piacevoli, quando non anche nell’intimità.

La tirannia del gadget

Se si va in un museo, soprattutto quando i cartelloni propongono artisti e pittori che attirano il pubblico, è comune osservare sciami di persone che vagano nelle sale con le orecchie attaccate alle audioguide che illustrano le opere.  Alcuni oggetti sono ormai mediatori molto presenti tra noi e l’ambiente, tra noi e l’esperienza, tra noi e gli altri, tra noi e la vita stessa. Smartphone a tavola, audioguide nei musei, la mania del selfie, televisori in ogni stanza.

foto-selfie-quadri

Cose che hanno una indubbia utilità, ma che hanno finito con il saturare momenti di vita quotidiana. Momenti in cui filtrare l’esperienza è diventato più importante che essere presenti nel momento , dalla recita scolastica dei figli al balletto russo.

Fotografare e registrare non hanno più solo lo scopo di fissare nel tempo, per poter ricordare. La funzione di raccogliere la memoria va sullo sfondo, mentre assume rilievo il poter illustrare sui social network, mettere insieme una narrazione fruibile dagli altri, anche se non li conosciamo personalmente.

Lasciare una traccia per gli altri, più che tenere una traccia per se stessi.

La paura dell’esperienza nuda

Sembra sempre più difficile, e meno desiderabile, fare una esperienza “nuda” di qualcosa. E’ tutto un fiorire di proposte accattivanti,  prive di quelle asprezze che aggiungerebbero fatica ad una vita già stressante.  E quindi: sessioni di yoga ma con la musica, meditazione buddhista ma senza dharma, psicoterapia breve anzi brevissima.

Salvo che tutto ciò rischia di non servire (quasi) a niente, se non a stabilire un flebile contatto con qualcosa che, ad una osservazione ravvicinata, si rivela completamente differente.

Evitare di cogliere un’esperienza così com’è, significa rifiutare  quelle parti di noia, di incomprensione, di fastidio per non riuscire a mettere a fuoco un significato immediato, una gratificazione a portata di mano. Tuttavia è proprio nella noia, nell’insoddisfazione, nella mancanza, che risiede la possibilità di trovare qualcosa di significativo per se stessi.

Invece ci accontentiamo che qualcuno  elabori per noi , senza fatica e senza impegno, strutturando stimoli subito soddisfacenti. Più che chiedere a noi stessi, affrontare la noia e l’impegno di una terapia, o lasciarci sentire cosa un’ opera d’arte susciti in noi, preferiamo che ce lo racconti una audioguida.

Approfondimenti

Autore: Silvia Zuccaro

Psicologa psicoterapeuta, pratico yoga e meditazione da diversi anni. Sono istruttrice di protocolli mindfulness MBSR(mindfulness based stress reduction) e MBCT(mindfulness based cognitive therapy) e insegnante di Hatha Yoga e Mindfulness Yoga. Vivo e lavoro a Roma.

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