Desiderio e insoddisfazione

I desideri sono stelle, accendono il nostro cielo interiore. Non potremmo vivere senza desiderare, altrimenti non saremmo neanche motivati a vivere. Cos’è una vita senza desideri? E’ una vita grigia, piatta, monotona e senza prospettiva. E quando questo accade, si finisce col pensare che la vita vale poco perché manca il desiderio principale: quello della felicità.

Tuttavia la felicità è qualcosa di sfuggente, difficile da afferrare. Quando i nostri desideri si realizzano, e sperimentiamo piacere e realizzazione e felicità, ci sono due possibilità. Gustare pienamente l’esperienza, gioirne ed esserne grati, e lasciare che questa esperienza diventi parte del magazzino delle memorie positive che possiamo richiamare in qualunque momento, soprattutto in quelli difficili, aiutandoci a superarli. Oppure possiamo , anziché godere della realizzazione di un desiderio in maniera consapevole e grata, preoccuparci del momento in cui l’esperienza terminerà. La paura di perdere ciò che è piacevole nella nostra vita trasforma il desiderio in brama, in attaccamento al desiderio.

Il termine sanscrito trisna, che nell’insegnamento dell’origine dipendente dei fenomeni in una relazione di causa ed effetto (paticca sammupada) descrive la brama, significa sete. Si tratta di una sete inestinguibile, avida e che non può essere soddisfatta in alcun modo.

Il più delle volte ci convinciamo che consista nel possedere stabilmente qualcosa: oggetti, ricchezze, se non addirittura le persone cui siamo legati. A questo punto il desiderio perde la sua funzione naturale e si trasforma in brama: la conseguenza è che non siamo disposti a lasciar andare l’esperienza piacevole, né le persone che abbiamo amato ma con cui non siamo più in una relazione reciproca.

La realtà è che non esiste nessuna esperienza perfettamente piacevole, perfettamente soddisfacente perché la natura delle cose in cui siamo immersi è intrinsecamente insoddisfacente, nulla può rispondere totalmente alla nostra richiesta di felicità. Secondo Bikkhu Analayo, questa insoddisfazione è una sfumatura importante della sofferenza ( che nel canone buddhista è tradotta con dukkha).

La felicità non consiste nell’impedire all’esperienza di giungere al termine, quanto nell’ essere pienamente presenti, assaporando coi sensi e con la mente nel momento presente, ciò che di bello arriva nella propria vita. Con la consapevolezza che la felicità sorge non a causa delle cose cose o delle persone, ma in conseguenza del modo con cui ci relazioniamo con la vita stessa.

Gestire le emozioni difficili

Gestire le emozioni difficili. Molte delle nostre energie se ne vanno nel tentativo, a volte vano, di gestire le emozioni difficili. Sono quelle emozioni che ci agitano e turbano, che rendono confusi i nostri pensieri. Rabbia, frustrazione, paura, inadeguatezza, tristezza, sconforto, ambivalenza, euforia, sorpresa, stanchezza, soddisfazione…. Sono molte le sfumature emotive che si affacciano nell’arco di una giornata. Se sono emozioni positive fila tutto liscio: la vita ci appare rosa, siamo positivi e pieni di energie e progetti. Ma se fa capolino un’emozione negativa possiamo perdere la bussola e ritrovarci confusi.

Sei passi per gestire le emozioni difficili

Vediamo come gestire le emozioni che in qualche modo hanno il potere di cambiare negativamente il nostro umore .

Immagine tratta da “The Gottman Institute”

Osserva

Innanzitutto fermati, e osserva quello che stai sentendo nel corpo e nell’animo. Fai spazio a quello che c’è e osserva senza giudizio. Prenditi il tempo di capire di cosa si tratta.

Identifica e dai un nome a quello che osservi

C’è una sensazione fisica? Che emozione puoi riconoscere in quello che senti? Dai un nome a quella emozione. Riconoscere l’emozione ti permette di imparare a contenerla senza agire impulsivamente.

Accogli l’emozione

Una volta che hai identificato l’emozione, accettala. Stai in contatto con quella emozione senza negarla, ma facendo spazio dentro di te. Può essere doloroso sul momento, ma questo contatto migliora la tua capacità di fare i conti con aspetti spiacevoli della realtà. Ciò significa maggior equilibrio e radicamento, atteggiamenti importanti quando si tratta di affrontare momenti difficili della vita.

Tutto è impermanente

Mentre osservi e accogli sensazioni ed emozioni, puoi notare che non hanno sempre la stessa intensità. Gli stimoli sorgono e possono essere anche molto intensi. Osserviamo poi che hanno una durata, che a volte può sembrarci insopportabile e infinita. Ma se abbiamo la pazienza di continuare ad osservare, possiamo infine renderci conto che tendono a diminuire e si estinguono. Tutto passa, e noi possiamo decidere come relazionarci con ciò che accade nel qui ed ora.

Analizza ciò che osservi

Ora che sei a contatto con l’emozione difficile, analizza ciò che osservi. L’emozione che provi a cosa è legata? In quale contesto è sorta? Quali pensieri sollecita? Con chi o cosa ha a che fare? Questa osservazione approfondita ti permette di fare chiarezza su ciò che stai vivendo, uscendo dalla confusione.

Lascia andare

Quello che osserviamo e scopriamo di noi stessi non deve diventare un contenuto a cui rimanere ostinatamente attaccato. Non rimuginare, ma lascia andare e fai in modo che quel che hai scoperto possa diventare una risorsa per vivere con consapevolezza.

L’immagine in evidenza è Lara di Sofia Bonati

Vite passeggere

Quando prefiguriamo la perdita di chi ci è molto vicino ce lo aspettiamo di soffrire, sappiamo che accadrà. Siamo preparati al fatto che i più anziani, nonne e nonni, i grandi della nostra infanzia prima o poi ci lasceranno: sappiamo che accadrà.

I piccoli crescono, i vecchi muoiono. Ed è qualcosa a cui pensiamo, cercando di allontanare il momento in cui i nostri genitori verranno a mancare. Sappiamo che il lutto fa parte della vita, e che lambirà anche la nostra. Ricordo il dolore per la perdita dei miei nonni, ed anche la consapevolezza dell’inevitabilità . La vecchiaia, la malattia, la morte. Il ciclo di vita si conclude e tutto sembra in una certa misura ineluttabile ma anche naturale, prevedibile. Un esito certo.

Ma quando ad andarsene sono persone che non frequentiamo più da tanto tempo, o qualcuno che ha incrociato per un momento la nostra strada, si affaccia alla coscienza qualcosa di differente. Un’amica che non vedi da tempo. Un messaggio a Natale, la promessa di rivedersi; ma poi improvvisamente non c’è più tempo e l’occasione di vedersi non c’è semplicemente più.

Oltre al dolore per la perdita, sorge la sofferenza per il tempo sprecato, per quello che poteva esserci e non c’è stato, per aver aspettato che chiamasse prima lei, per non aver condiviso, visto, sentito. Qualcun altro decide di andarsene schiacciato dal peso della vita, e non hai colto nessun segno.

Il passaggio di coloro che in qualche misura hanno fatto parte della nostra vita, che abbiamo conosciuto una volta e mai più visto, con cui c’è stata un’amicizia interrotta o anche solo lasciata andare , ci mette a contatto in maniera più diretta con la fragilità della vita. In un certo modo la loro scomparsa ci sorprende: quando non ci curiamo di qualcuno non ci chiediamo se sta bene, o se verrà a mancare, e se ci mancherà.

Le persone a cui non pensiamo non esistono, e di fatto la loro morte ci sorprende: erano in vita ed ora non più . Sorge allora una consapevolezza: avrei potuto fare un passo in più, perdonare, chiedere scusa, chiamare, interagire. Fare mille cose che per superficialità non ho fatto, oppure dimenticato con la certezza che non avrei patito l’assenza di quella persona.

vite passeggere come nuvole, lutto

E invece ti sorprendi a pensarci. A pensare alle incomprensioni che hanno allontanato. Ai moti d’orgoglio. Ai giudizi affrettati. Alla mancata gentilezza. Alla ricchezza delle relazioni, a quanto c’è da dare e da prendere, se siamo consapevoli che le nostre sono vite passeggere, e che meritano tutto l’amore possibile.

Cibo, piacere e lussuria

Una interessante riflessione di Bhikkhu Anālayo, monaco buddhista, approfondisce il concetto di piacere in quanto aspetto importante del mindful eating e del cibo in generale.

Il cibo risponde a bisogni essenziali di sopravvivenza, ma anche a variazioni dell’umore, a estetiche del gusto, a motivazioni sociali. Il cibo veicola nutrimento e affetto: per le persone a noi care prepariamo pasti “con amore” . Pertanto il cibo è legato ad una dimensione di piacere , ad una forte tonalità affettiva.

cibo

Il cibo può essere fonte di grande piacere, e l’esperienza che una persona normalmente fa è di carattere prettamente sensibile : si assapora, si gusta il cibo, può esserci un piacere visito, olfattivo, tattile, gustativo. Possiamo desiderare un determinato cibo, e avere disgusto per altro. Possiamo rifiutare del tutto di assumere determinati cibi, o non mangiare in assenza di altri. In pratica, il cibo è fortemente legato al desiderio, ed il rapporto che abbiamo col cibo può essere connotato da avversione (rifiuto) o attaccamento (intenso desiderio). Come accade a tutti.

Ma mangiare può essere anche una esperienza di profonda consapevolezza, in cui si lascia andare il carattere sensuale dell’esperienza, per fare posto all’aspetto sensoriale. Finché restiamo ad un livello superficiale dell’esperienza, guidati dalle sensazioni piacevoli e lasciando vagare la mente, facciamo una esperienza ordinaria mentre mangiamo. Quando invece fermiamo la mente e la portiamo in uno stato di profonda concentrazione, sperimentiamo una dimensione diversa del mangiare, appartenente alla sfera del non-sensibile . In contatto con l’ esperienza sensoriale nuda, sfrondata da desideri e preferenze, sperimentiamo una condizione non ordinaria e allo stesso tempo liberante: l’assenza della necessità del piacere e della lussuria, intesa come attaccamento al piacere in senso lato.

Il mindful eating è un modo di sperimentare consapevolezza imparando a lasciar andare qualcosa che, in quest’epoca di spreco ed esaltazione del cibo con trasmissioni e cuochi superstar, è diventato per noi irrinunciabile: il piacere del cibo. Ogni tanto, proviamo a concederci l’esperienza di mangiare per sostentare il nostro corpo, lasciando emergere il gusto di essere liberi, per un momento, dai nostri condizionamenti sul cibo.

Una pratica informale in attesa del treno

Seduta su una panchina intravedo i raggi del sole che spuntano tra le pensiline che coprono le banchine della stazione. Chiudo gli occhi, il sole scalda la mia pelle in una mattina di gelo siberiano. Per un attimo penso all’estate e alla vacanza che mi aspetta.

Ascolto i suoni della stazione. C’è un fischio di sottofondo, sembra provenire dal tunnel, o è forse dall’ ingresso della stazione? Lo osservo per un po’ , dura diversi secondi, cambia intensità, termina. Poi riprende di nuovo e ancora finisce dopo alcuni secondi. Una madre parla col suo bambino.

Fruscii di foglie, una musica lontana. I capelli si muovono davanti al mio viso. Una voce da un altoparlante annuncia l’ arrivo del treno. Apro gli occhi. Lascio andare la pratica.

E’ ora di prendere il treno.

L’ansia del tempo che scorre

La mindfulness è qualcosa che, se praticata, produce effettivamente dei cambiamenti nello stile di vita. L’osservazione del momento presente porta naturalmente a rallentare. La consapevolezza richiede un cambio di passo, più lento, più accurato, in quel che facciamo.

La percezione del tempo

Si fa esperienza del fatto che tendiamo a comprimere il tempo, con la pretesa magica e irrealistica di poter pianificare la giornata in modo da farci entrare tutti gli appuntamenti che abbiamo previsto.

Abbiamo spesso una percezione illusoria del tempo, e quando ci accorgiamo che scorre più velocemente di quanto vorremmo, ecco sorgere l’ansia. La paura di non riuscire ad arrivare in tempo ad un appuntamento, di non riuscire a terminare un lavoro, ecc. diventa a volte una tensione di sottofondo: siamo in debito di tempo e di ossigeno, sempre di corsa e in affanno. Il tempo, come il silenzio, è qualcosa di cui si sente sempre più il bisogno di riappropriarsi.

Il nostro stile di vita rosicchia minuti e ore alle giornate. Diamo realizzazione ad una visione frenetica, in cui non c’è spazio per l’osservazione dell’ambiente e del mondo interiore, per sintonizzarsi con i cicli della natura, con le persone. Tutto resta schiacciato ed appiattito indistintamente, spinto da una forza centrifuga che allontana da se stessi e dal contatto con quello che accade nel qui ed ora.


“Sed fugit interea fugit irreparabile tempus”

(Virgilio, Georgiche , III, 284)

Tempo presente

Esiste un solo tempo: quello presente, qui e in questo momento. Passato e futuro non esistono, nonostante ci preoccupiamo costantemente di essi.

Secondo Julian Barbour, astrofisico britannico,
se non accadesse niente, se tutto restasse immutato, anche il tempo si fermerebbe. Il tempo non è altro che cambiamento. Ciò che percepiamo di quanto accade attorno a noi è il cambiamento, non il tempo.  In qualche modo siamo noi a determinare lo scorrere del nostro tempo. Gli eventi che mettiamo in successione danno forma al nostro tempo personale. Non è il tempo che manca, ma è come noi diamo sostanza al tempo.

Se al netto di tutte le cose che riteniamo di dover assolutamente fare in una giornata non resta tempo per respirare consapevolmente , per mangiare seduti, qualcosa non funziona nel nostro modo di vivere.

A cosa sto dando priorità? A cosa sto togliendo tempo? Cosa scelgo di fare? Cosa davvero non posso non fare?

Il tempo fugge, ma quando scelgo consapevolmente e scelgo di essere presente in ciò che faccio il tempo non esiste: c’è solo un adesso.

I Chakra nello Yoga

Nello Yoga esiste, oltre al corpo fisico, un corpo “sottile” o energetico e quello dei Chakra è un sistema appartenente proprio alla fisiologia “sottile” dello yoga. Chakra è un termine sanscrito (चक्र ) che rimanda ad una forma circolare e che viene tradotto come ruota, cerchio, centro, movimento energetico. I chakra non sono parti del corpo, ma rappresentano movimenti e funzioni energetiche che si manifestano in differenti parti del corpo. La loro collocazione è lungo i canali energetici (ben 72.000 secondo la fisiologia yoga) che attraversano il corpo.

I sette chakra principali o Raja Chakra si trovano lungo il canale energetico principale, Sushumna, che viene identificato con la colonna vertebrale.

Sushumna, nadi, chakra
Sushumna, il canale energetico lungo il quale si trovano i Chakra

Lungo la colonna vertebrale si trovano cinque chakra, mentre due sono collocati nella testa (uno nella zona frontale ed uno alla sommità del capo). Alla base della colonna, quindi a livello del primo chakra, vi è la kundalini, l’energia che scorre lungo Sushumna srotolandosi come un serpente fino al settimo chakra in un movimento a spirale.

La pratica dello yoga e la conseguente attivazione dei chakra risveglia la kundalini permettendone l’ascesa dal primo fino al settimo chakra. I Raja Chakra possono essere stimolati e attivati.

La stimolazione dei chakra produce un’onda energetica con un movimento lento e diffuso lungo il canale energetico, mentre l’attivazione
attraverso il mantenimento prolungato di un’asana oppure con una concentrazione prolungata nel tempo su un’immagine o su un oggetto mentale crea un vortice energetico che si sviluppa a partire dal centro del chakra .