I Chakra nello Yoga

Nello Yoga esiste, oltre al corpo fisico, un corpo “sottile” o energetico e quello dei Chakra è un sistema appartenente proprio alla fisiologia “sottile” dello yoga. Chakra è un termine sanscrito (चक्र ) che rimanda ad una forma circolare e che viene tradotto come ruota, cerchio, centro, movimento energetico. I chakra non sono parti del corpo, ma rappresentano movimenti e funzioni energetiche che si manifestano in differenti parti del corpo. La loro collocazione è lungo i canali energetici (ben 72.000 secondo la fisiologia yoga) che attraversano il corpo.

I sette chakra principali o Raja Chakra si trovano lungo il canale energetico principale, Sushumna, che viene identificato con la colonna vertebrale.

Sushumna, nadi, chakra
Sushumna, il canale energetico lungo il quale si trovano i Chakra

Lungo la colonna vertebrale si trovano cinque chakra, mentre due sono collocati nella testa (uno nella zona frontale ed uno alla sommità del capo). Alla base della colonna, quindi a livello del primo chakra, vi è la kundalini, l’energia che scorre lungo Sushumna srotolandosi come un serpente fino al settimo chakra in un movimento a spirale.

La pratica dello yoga e la conseguente attivazione dei chakra risveglia la kundalini permettendone l’ascesa dal primo fino al settimo chakra. I Raja Chakra possono essere stimolati e attivati.

La stimolazione dei chakra produce un’onda energetica con un movimento lento e diffuso lungo il canale energetico, mentre l’attivazione
attraverso il mantenimento prolungato di un’asana oppure con una concentrazione prolungata nel tempo su un’immagine o su un oggetto mentale crea un vortice energetico che si sviluppa a partire dal centro del chakra .

Yoga e potere personale

Psicologia del potere personale

Carl Rogers è stato uno psicologo statunitense che con i suoi scritti ha gettato le basi della psicologia umanistica a partire dagli anni ’40 del Novecento , elaborando la terapia centrata sul cliente.

carl rogers

L’approccio di Rogers si basa sulla rinuncia a “dirigere” il cliente (il termine cliente viene usato in luogo di “paziente” , ad indicare una differenza dal modello medico esperto e potente/paziente inesperto e impotente) in psicoterapia, lasciando spazio all’empatia e all’accoglienza della persona e riconoscendo l’inalienabile potere personale di ogni individuo.

La politica dell’ approccio centrato sul cliente

“consiste nel favorire la presa di possesso di sè del cliente, e nelle strategie attraverso cui ciò può avvenire, nel restituirgli la facoltà di produrre decisioni e la responsabilità per gli effetti che ne conseguono” .

Il potere personale è dunque strettamente connesso alla responsabilità e all’autodeterminazione, alla possibilità e alla necessità che ognuno decida della propria vita assumendone le conseguenze. Scrive ancora Rogers:

“AUTODETERMINAZIONE (in maiuscolo nel testo) propone un’alternativa pratica e dotata di potere: cambiare noi stessi e la società, trasformando il mito fondamentale che informa la nostra esistenza – le assunzioni sulla nostra natura e il nostro potenziale – da negativo e autonegante a positivo e autorealizzante….”

Riconoscere il proprio potere personale significa riconoscere di avere l’energia, il permesso e la possibilità di agire nel mondo.  L’accettazione del cambiamento apre la porta di accesso al proprio potere personale, e questo fa sì che impariamo ad imprimere una direzione ed una energia al cambiamento.
Giorgio Nardone usa una metafora interessante:

“Ognuno di noi” recita un motto cinese “va a dormire con una tigre accanto. Non puoi sapere se questa al risveglio vorrà leccarti o sbranarti . Con questa metafora la saggezza antica vuole ricordare la relazione che ognuno di noi ha con i propri limiti.

Il soggetto che non si appropria del potere del diritto di decidere e agire per sè rischia di finire sbranato dall’insoddisfazione. Lo yoga e la meditazione sollecitano la creazione di uno spazio interno, in cui si riesce a mettere a fuoco una chiara visione, e alcune domande trovano una risposta.

 

Potere personale e senso di autoefficacia

Ognuno di noi si sforza di esercitare un certo grado di controllo sulla propria vita, nel tentativo di favorire la realizzazione di scenari desiderati e di prevenire l’avverarsi di quelli indesiderati. Sebbene gli esiti degli accadimenti umani e la risposta individuale ad essi dipendano da molti fattori (ambientali, biologici, genetici, psicologici, culturali, ecc.), le convinzioni sulla propria autoefficacia sono particolarmente rilevanti.
Secondo Albert Bandura

“se le persone non credessero di poter produrre con le proprie azioni gli effetti che desiderano, avrebbero pochi stimoli ad agire. Le convinzioni di autoefficacia, quindi, sono un importante fondamento per l’azione. La nostra vita è guidata dal senso di autoefficacia”.

Le convinzioni circa la propria autoefficacia derivano sostanzialmente da quattro fonti di informazioni:
1) le esperienze comportamentali dirette di gestione efficace (esperienze che determinano un senso di padronanza o mastery), che hanno la funzione di indicatori di capacità
2)le esperienze vicarie (attraverso la trasmissione di competenze e il confronto con le prestazioni ottenute da altre persone)
3)persuasione verbale e tipi affini di influenza sociale, capaci di infondere la convinzione di possedere certe capacità
4)gli stati fisiologici e affettivi in base ai quali, secondo Bandura, “le persone giudicano, in parte, la loro capacità, forza e vulnerabilità al disfunzionamento”.
Lo yoga agisce direttamente su due fonti di informazione che contribuiscono a formare un senso di autoefficacia: le esperienze dirette e la possibilità di ridurre ansia e stress, emozioni e pattern comportamentali che in qualche modo riducono il senso di autoefficacia.
Le esperienze dirette , con cui ci si cimenta nel fare praticamente qualcosa, sono la fonte più importante per sviluppare un adeguato senso di autoefficacia. Apprendere abilità strumentali, già nell’infanzia, è di importanza fondamentale. Poche esperienze , essersi poco sperimentati in cose concrete, nella manipolazione, nelle attività e nei giochi in cui è coinvolto il corpo, riducono lo sviluppo del senso di autoefficacia, di saper fare qualcosa.
Avere un bagaglio limitato di competenze, così come il non riuscire a fare cose che sono alla portata della maggioranza delle persone, contribuisce all’insorgere di un senso di impotenza e di inutilità. Le persone si convincono di essere stupide o incapaci, mettendo in atto inconsapevolmente comportamenti che alimentano le convinzioni sull’impossibilità di ottenere qualcosa che desiderano, o di raggiungere un qualche obiettivo significativo.
Lo yoga può essere uno strumento potente per coltivare un senso di autoefficacia: permette di sfatare concretamente alcune radicate convinzioni sulle proprie capacità.

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Molti pensano ad esempio, che il proprio corpo non possa cambiare, soprattutto dopo una certa età: “sono fatta così” oppure “non sono brava a fare certi movimenti” ecc.
Le persone hanno spesso una idea cristallizzata e pregiudiziale di se stesse, ed un ventaglio ristretto di opzioni. La pratica delle asana sollecita ad entrare in posture  archetipiche e paradossalmente, l’assumere posture archetipiche e codificate che sono legate ad aspetti mitologici e filosofici, sblocca in qualche modo molte altre possibilità.

Con la pratica, oltre al beneficio muscolare e scheletrico, si comincia a palesare una modificazione della relazione con il corpo , che viene percepito in maniera più accurata. Un atteggiamento mindful durante la pratica rende più profondo, più preciso l’ascolto e il contatto con le sensazioni. Tutto ciò conferisce una certa sostanza e radicamento al processo di cambiamento, offrendo alla persona che pratica la possibilità di generalizzare il cambiamento ad altri ambiti della propria vita.
Yoga e meditazione permettono inoltre di imparare a gestire attivamente lo stress, e ciò migliora le previsioni che le persone formulano sulle proprie prestazioni.

Chi pratica yoga e ha esperienza di meditazione, sa che può sempre fermarsi e portare l’attenzione al respiro, abbassando il livello di attivazione psicofisiologica e riducendo ansia e stress.
Secondo la Bhagavad Gita:

“la tua mente può essere un buon amico, ma anche un nemico (6.5)”
e
“quando è fuori controllo, agisce come un nemico che dissipa la nostra energia con pensieri oscillanti (…) Lo yogin la cui mente è in armonia ed in equilbrio, trova riposo all’interno dell’anima e profonda comunione con l’intero universo. Libera dall’agitazione, la sua anima è come una lampada la cui fiamma brucia salda in un luogo riparato dove non soffia il vento (6.18-21). “

Pensieri sulla propria inefficacia, la paura di non essere all’altezza delle situazioni e di non farcela rendono la mente ondivaga, non salda e incapace di sostenere l’impegno necessario per raggiungere un obiettivo. La pratica dello yoga può essere un punto per ricominciare a sperimentarsi mettendo da parte autovalutazioni negative ed esplorando attivamente i propri limiti e possibilità.

Approfondimenti

  • Albert Bandura,  Autoefficacia: teoria e applicazioni.  Edizioni Erickson
  • Giorgio Nardone, Cavalcare la propria tigre , Ponte alle Grazie
  • Carl Rogers, Potere personale-La forza interiore e il suo effetto rivoluzionario , Astrolabio
  • Sarvepalli Radhakrishnan, Baghavad Gita (saggio introduttivo e commento), Ubaldini